La violenza sulle donne ai tempi del Web 2.0

di Elena Serafini

US Mission Geneva

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Eccoci di nuovo a trattare il tema del gender gap ma, questa volta, andremo oltre i dati, oltre le statistiche e parleremo di un fenomeno all’ordine del giorno: la violenza verbale contro le donne nell’universo Web 2.0. Questa tendenza sempre più diffusa dimostra che il pregiudizio nei confronti del genere femminile è ancora fortemente radicato nella cultura popolare e, inevitabilmente, si manifesta anche su Internet, considerato lo specchio della realtà.Il fenomeno sicuramente non è da paragonare alla violenza fisica, piaga sociale presente quotidianamente nella cronaca nazionale e internazionale, ma nemmeno deve essere sottovalutato perchè indice di un’aggressività latente e vile che può avere conseguenze devastanti sulla condizione psicologica e l’equilibrio di qualsiasi donna.

Il tema è stato riproposto dalla giornalista americana Amanda Hess in un articolo pubblicato sul Pacific Standard intitolato “Why women aren’t welcome on the Internet” (Perchè le donne non sono le benvenute su Internet). Amanda Hess si occupa spesso di temi riguardanti le donne e la sessualità e in questo articolo ha deciso di raccontare, nei dettagli, la sua esperienza di vittima di stalking online. La giornalista spiega che il fenomeno è talmente cresciuto da non essere più considerato importante, anzi si è andata diffondendo l’idea che le donne, vittime di violenza online, dovrebbero fare finta di niente. La Hess, rifacendosi anche alla sua esperienza personale, sostiene che questo tipo di minacce genera gravi implicazioni per le donne, in quanto è un attacco non solo alla libertà di vivere online, ma anche alla propria resistenza psicologica.

Un aspetto da non sottovalutare è che Internet resta ancora un mondo in prevalenza maschile dal momento che la maggior parte dei fondatori delle società sul Web sono uomini e la percentuale di donne occupate nel settore informatico non dà segnali di crescita; tanto da immaginare che la rivoluzione di genere debba procedere contemporaneamente e al fianco di quella digitale. Non bisogna certo ricadere nel vittimismo, però la problematica del gender gap presente ancora in diversi settori, di fatto, non aiuta ad arginare il fenomeno, ma alimenta piuttosto la sensazione costante di disparità.

E’ necessario quindi sradicare quello strano livello di assuefazione all’offesa che, al giorno d’oggi, ha contagiato la maggior parte delle persone e che, sicuramente, la rete ha alimentato. Per riuscire in questa impresa, che non è da considerare impossibile, bisogna cercare di reagire. Un esempio che racconta anche la Hess nel suo articolo, è la storia della giornalista e attivista per i diritti delle donne Caroline Criado-Perez, diventata famosa dopo aver presentato (e vinto) una petizione per far stampare sulle banconote del Regno Unito l’immagine di alcune donne illustri della storia britannica. In seguito a questa richiesta, Criado-Perez ricevette sul suo account Twitter numerose minacce di stupro e morte ma, anzichè ignorarle, decise semplicemente di ritwittare tutti questi post. La vicenda fece il giro del mondo e generò talmente tanto interesse che la Perez decise di avviare un’altra campagna rivolta ai fondatori di Twitter per chiedere l’introduzione del pulsante “segnala abuso” sopra ogni tweet. La forte pressione sociale e mediatica ha fatto sì che la richiesta venisse accolta dai vertici del noto social network. Una vittoria significativa e positiva, seppur piccola, che dimostra quanto, anche con un semplice gesto, sia importante reagire, evitando di sottostare a questo sistema; solo così (forse) questi episodi saranno sempre meno diffusi.

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