Educazione digitale a scuola: imparare a conoscere e a vivere

OLYMPUS DIGITAL CAMERAdi Yvonne Venturetti

Introdurre l’educazione all’uso dei social media nelle scuole pubbliche: cosa ne pensate? Potrebbe chiamarsi “educazione digitale” ed andrebbe ad aggiungersi alle materie ordinarie previste dal sistema scolastico.

L’idea nasce dagli Stati Uniti: è nel New Jersey, infatti, che il Senato dello Stato sta per approvare una legge in base alla quale gli insegnanti dovranno fornire agli studenti, tra gli 11 e i 14 anni, le indicazioni necessarie per un uso responsabile e consapevole delle più importanti piattaforme digitali, mostrando anche rischi e pericoli che spesso la Rete cela. E’ in questi termini che prenderà forma a partire dal prossimo anno scolastico una disciplina del tutto nuova ed innovativa come, d’altronde, è l’anima stessa della tecnologia, compagna della nostra quotidianità, ma spesso utilizzata in modo inappropriato.

Facebook, Twitter, Instagram, ma anche il più recente Ask.fm sono i social network che riscuotono maggior successo tra i giovani e giovanissimi. Cyberspazi d’incontro virtuale con l’altro, in cui, talvolta, si rischia di perdere la cognizione del tempo, arrivando a trascorrere ore e ore davanti allo schermo del proprio pc, senza nemmeno accorgersene. Abitudine, questa, che testimonia un uso scorretto dei social e che potrebbe portare gli adolescenti a confondere l‘interrealtà virtuale dalle vere reti di amicizie, perdendo, così, anche l’essenza delle interazioni faccia a faccia e di tutte le emozioni che la tecnologia vanifica.

Prendendo in considerazione i dati del Decimo Rapporto annuale del Censis/Ucsi 2012 sulla comunicazione, sostenuto da TreItalia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecomitalia, risulta che il 90,3% dei giovani a partire dai 14 anni usa Fb e il 54,8% possiede uno smartphoneIl dato più allarmante è che spesso i ragazzi sono totalmente ignari dei pericoli che il Web implica.

Un altro rischio deriva dalla percezione che gli adolescenti hanno rispetto all’uso dei social network: attraverso i propri profili online, i più giovani, spesso insicuri e alla ricerca di nuove risposte, hanno la possibilità di plasmare a proprio piacimento un’immagine di sé da mostrare agli altri, omettendo gli aspetti reputati socialmente indesiderati in rete. Si tratta della cosiddetta impression management, della parte di me che voglio far emergere per sentirmi accettato, apprezzato all’interno di una logica virtuale che si allontana dalle coordinate della vita reale.

La rete può trasformarsi in una realtà parallela in cui spesso un anonimato, pressoché illusorio, fa da scudo per insultare l’altro, diventando, nei casi più estremi, carnefici di vittime troppo fragili che fanno del mondo virtuale e del desiderio di accettazione le ragioni della propria vita. In una parola: cyberbullismo; fenomeno che sta diventando sempre più dilagante e che desta la preoccupazione di genitori e insegnanti.

L’Osservatorio Open Eyes del Miur, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha registrato atti di violenza virtuale per il 23,5% dei casi e vittime che superano il 26%. I social network, nelle conseguenze di un loro uso nocivo, divengono, quindi, armi a disposizione dei bulli dell‘era 2.0.

Dove andremo a finire di questo passo? Domanda che sorge spontanea e che ci sprona ad agire, soprattutto a seguito dei sempre più numerosi eventi di cronaca che purtroppo ci devono servire da esempio, e che dobbiamo noi stessi tentare di sedare da principio.  

Anche il nostro Paese si inserisce nel dibattito del cyberbullismo che ha spinto l’America ad adottare provvedimenti legislativi in merito. A gennaio di quest’anno il Garante della privacy Antonello Soro si è rivolto pubblicamente al Ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, affinché il Miur non distolga la propria attenzione da questo problema sociale e dai relativi usi negativi dei social media.

“Il tema della tutela della riservatezza e della dignità delle persone nel mondo online deve essere assunto come momento imprescindibile di formazione dei nostri giovani. E’ aiutandoli a conoscere realmente gli strumenti che abitualmente usano, ma di cui spesso ignorano i pericoli, che potremmo garantire loro un’autentica capacità di costruire se stessi, di sviluppare in libertà e armonia la loro identità.” , scrive il Garante.

A tal proposito, il 28 gennaio 2013 è stata celebrata la Giornata europea della protezione dei dati personali con l’intento di sensibilizzare i giovani sul valore della protezione delle informazioni personali diffuse in rete e sulla cultura del rispetto. E’ stato, inoltre, messo a loro disposizione sul sito istituzionale dell’Autorità un video di “istruzioni per l’uso” dei social network. L’obiettivo risulta quello di aiutare i nostri ragazzi a servirsi di questi strumenti di libertà in maniera consapevole e sicura. Una sorta, dunque, di fase propedeutica a quella che, invece, negli Stati Uniti sta per tramutare in legge.

In termini di privacy è sempre dal quadro normativo americano che emerge la cosiddetta “Legge gomma“, approvata dallo stato della California, che dal 2015 consentirà ai minorenni di eliminare dal web contenuti personali compromettenti o imbarazzanti, preservandoli, in questo modo, da spiacevoli conseguenze future. Quanto postato più o meno inconsapevolmente all’età di 15 anni potrebbe, infatti, creare problemi a quell’adolescente che un domani sarà alla ricerca di un impiego.

Un’indagine di Jobvite rivela a tal proposito che il 94% delle società di selezione del personale si serve dei social media come strumento di recluting e per il 42% dei casi spesso si è verificata una rivalutazione della posizione del candidato a seguito di una verifica dei suoi profili social. E’, pertanto, necessario accrescere la consapevolezza di ciò e imparare ad avere cautela nell’uso e nella condivisione di contenuti online.

Piuttosto che cancellare questi errori virtuali, non sarebbe più opportuno prevenirli? E’ in quest’ottica che vuole inserirsi l’educazione digitale: insegnare ai nostri “nativi digitali”, gli adulti del domani, come usare efficacemente quello che la tecnologia ci offre, trasformando i social network da passatempo fine a se stesso, o nei casi peggiori, arma dell’ignoranza a valore positivo delle nuove aziende.

Questo l’intento alla base della legge approvata nel New Jersey, ma anche input di azione per il nostro Paese. Si tratta di social media policy, vale a dire politica tesa al potenziamento dell’immagine delle imprese in cui lavoriamo, ma anche degli stessi dipendenti che in Italia si trovano oggi davanti ad una Direttiva del Governo del 26 maggio 2009 in merito all’utilizzo di internet e della casella di posta  elettronica istituzionale sul luogo di lavoro che limita l’accesso ai social network in ambito lavorativo.

Analizzando la realtà in cui viviamo, ritenete proficuo inserire l’educazione all’uso dei social media all’interno del programma scolastico? Ognuno di noi dovrebbe riflettere sull’uso che fa di questi canali e riporre attenzione sui giovani e giovanissimi, poiché cuore del cambiamento, del futuro. 

Introdurre a scuola l’educazione al digitale, a mio parere, è un’idea che può rivelarsi vincente nella misura in cui l’insegnamento non rimanga fine a se stesso e, quindi, intrappolato nelle vesti di mera materia scolastica. Deve, invece, conquistare l’interesse dello studente, dimostrando le proprie attinenze alla realtà e la propria importanza. Insegnare significa, sì, trasmettere sapere, conoscenza, ma anche condurre, dall’etimologia stessa del verbo latino educo, lo studente lungo il proprio percorso scolastico e di vita.

Ebbene, insegniamo agli studenti un buon uso della tecnologia, ricordando loro che oltre al mondo virtuale esiste una realtà prioritaria: la nostra vita.

Forse, il vero insegnamento è proprio questo!

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4 thoughts on “Educazione digitale a scuola: imparare a conoscere e a vivere

  1. Bellissimo articolo, complimenti yvonneventuretti. Sono favorevole ad introdurre l’educazione all’uso dei social media nelle scuole pubbliche. Potrebbe chiamarsi “Media Education” ovvero l’educazione ai-con-per i media. “Educare ai media” significa educare sulla capacità dei media di trasmettere messaggi a un pubblico e di influenzarlo nei suoi modi di pensare e nei suoi comportamenti attraverso questi messaggi; “Educare con i media” significa considerare i media come supporto ai processi di apprendimento/insegnamento che essi possono agevolare; “Educare per i media” significa imparare ad usare i media come macchine espressive, cioè non si può imparare solo a “leggere” i media (capire e valutare i contenuti) ma si deve imparare a “Scrivere” con i media, anche perché come vedete attraverso i linguaggi multimediali è possibili a tutti produrre testi e renderli pubblici.
    Credo sia giunto il momento.

    • Grazie Giuliana Fratto, mi fa molto piacere abbia trovato interessante il mio articolo.
      Il cambiamento è una costante della nostra realtà e in ogni ambito, dal reale al virtuale, è necessario prenderne atto e muoversi nella direzione più opportuna, in modo da coglierne i potenziali ed arginarne, possibilmente, i rischi.
      Il problema di fondo, a mio avviso, è che molti ancora chiudono gli occhi davanti all’evidenza e per paura, probabilmente, o sottostima del tema in sé, preferiscono costruire barriere, invece che aprirsi positivamente al nuovo, finendo, in questo modo, per valutare solo i rischi che ogni fattore innovativo potrebbe provocare, invece che coglierne i vantaggi.
      Introdurre una “Media Education”, come suggerisce lei, sarebbe la giusta risposta a tutto ciò, in quanto andrebbe a creare da principio una predisposizione idonea al cambiamento (evidente), in modo tale, in un secondo momento, da renderci tutti in grado di utilizzare al meglio gli strumenti che le “nuove” tecnologie ci offrono.
      “E’ giunto il momento!”.

  2. Pingback: Banda larga: l’Europa accelera mentre l’Italia attende lo statuto Agid | #PlacEvent

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