Sessismo 2.0: Un Women contro Google

di Anna Suppa

Provate a digitare su Google, le parole: ”le donne dovrebbero”.
I risultati? Si concludono nel peggiore dei modi. L’autofill, la funzione di auto-completamento di un motore di ricerca, è la capacità di intuire automaticamente quale parola o espressione sta per essere digitata in base alle prime lettere immesse e alle ricerche effettuate abitualmente. Tra le espressioni più frequenti associate alle donne compaiono: “essere schiave”,“restare a casa”, “ non avere alcun diritto”, “essere segregate”,  “non dovrebbero votare”, “non dovrebbero lavorare”, “ hanno bisogno di essere controllate”, “non sono affidabili”, “devono cucinare”,

a cui si aggiunge la citazione di Sant’Agostino: “le donne non dovrebbero essere illuminate o educate in nessun modo, dovrebbero essere segregate poiché sono loro la causa di orrende ed involontarie erezioni di uomini santi”.

Effettuando la ricerca in lingua inglese con le parole: “women shouldn’t” , “women cannot”, “women need too”, “women should” non ci si discosta dai significati ottenuti dalle ricerche in italiano. A “non devono votare”, “non devono guidare” si aggiungono: “devono stare zitte”, “devono crescere”, e “non possono conciliare con successo il lavoro e la vita domestica” .

La nostra Elena nel post “Donne e scienza: un binomio difficile” ha già affrontato il tema della disparità di genere nel campo della ricerca, in termini di differenze di distribuzione del reddito e di accesso ai finanziamenti; anche in questa occasione parliamo di un gender gap, del cosiddetto fenomeno del sessismo 2.0 .
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha creato, nel Luglio del 2010,  Un Women l’Organizzazione che si occupa dell’eguaglianza di genere e i diritti delle donne fornendo loro una potente voce a livello globale, regionale e locale fondata sulla visione di uguaglianza sancita dalla Carta delle Nazioni Unite.

Un Women sta combattendo il fenomeno del sessismo 2.0 mediante una campagna fotografica di sensibilizzazione, creata dal graphic designer Christopher Hunt dell’agenzia di comunicazione e marketing Ogilvy e Mather Dubai. Le immagini mostrano i ritratti di quattro donne di differente etnia le cui labbra sono coperte dalla barra di ricerca, quasi come per metterle a tacere; la campagna è stata promossa anche in vista del 25 novembre, data in cui l’Onu celebra la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Kareem Shuhaibar, il copywriter di Ogilvy e Mather, spiega che l’intenzione delle fotografie non è  denunciare il motore di ricerca ma invitare alla riflessione e alla presa di coscienza, soprattutto dei giovani, della gravità della condizione in cui si trovano ancora attualmente tante donne; Google è stato utilizzato come strumento in grado di illustrare con successo il tema, è un simbolo iconico nel nostro mondo digitale ed è riconoscibile per differenti individui.

Ciò che stupisce, è che il motore di ricerca non contempli minimamente espressioni di tutela nei confronti delle donne, come: non dovrebbero essere più vittime di discriminazione”.

Provate ora a digitare nella barra di ricerca Google: “ gli uomini devono”.Vi troverete dinanzi a parole dal gusto sentitamente misogino che manifestano il trionfo dei luoghi comuni e dei pregiudizi più diffusi del “gentil sesso”: devono contemplare il cielo e le stelle”, “devono stare in guardia anche nei momenti fortunati”, ed in alternativa  «devono venire».

Ciò che mi stupisce è che tali pre-concetti siano tutt’ora diffusi, e non provengano da maschilisti convinti del secolo scorso o da sistemi culturali in cui la parità uomo-donna è ancora oggi un’ideale, ma da uno dei più comuni motori di ricerca.
Mi domando se: ”Ci stiamo sviluppando in un sistema culturale egualitario e moderno?” Evidentemente no.
Ci stiamo creando delle illusioni. La disuguaglianza tra i sessi è ancora dilatata in tutto il mondo, anche in quello digitale che riecheggia le opinioni popolari in tutto il world wide web e alimenta questo fenomeno

Alcuni professionisti del team Ogilvy & Mather, in seguito alla pubblicazione e diffusione della campagna, hanno rilasciato un’intervista pubblicata sul sito adweek.comRonald Howes amministratore delegato dell’équipe afferma: “Siamo stati travolti dall’entusiasmo istantaneo, questo ci ha incoraggiato ancora di più , dopo il successo globale che ha ricevuto”.
Nanette Braun, responsabile delle comunicazioni e amministratore di sostegno per le donne delle Nazioni Unite dice:

Le immagini erano destinate a generare una conversazione globale sui diritti delle donne, la parità di genere e l’empowerment. Ci auguriamo che il nostro lavoro sarà un modo per contribuire ad aumentare la consapevolezza degli atteggiamenti sessisti globali verso le donne e consentirà un dialogo per iniziare sul tema. Incoraggiamo le persone a partecipare al dibattito su Twitter con l’hashtag #womenshould , o sul sito internet delle donne delle Nazioni Unite.

E’ possibile modificare questi risultati di ricerca?
Il team è consapevole del fatto che non si possano cambiare dal giorno alla notte, tuttavia auspica che il proprio lavoro sarà un modo per alterare le percezioni attraverso la sensibilizzazione dei problemi che devono affrontare le donne.
Centinaia di blog , siti di notizie, feed  e social media in tutto il mondo hanno condiviso le immagini fotografiche della campagna contro il sessismo 2.0.

Nella pagina ufficiale di Un Women su Facebook ridondante è, per esempio, l’immagine ideata da un utente che mostra la sinergia di espressioni protettive nei confronti delle donne ed una comunicazione visiva positiva, volta non solo a coinvolgere ed informare sul tema ma a plasmare l’immagine collettiva mondiale, concentrandosi per esempio su: woman can be/ le donne possono. 

Advertisements

7 thoughts on “Sessismo 2.0: Un Women contro Google

  1. Totalmente d’accordo con il commento di Valentina Gasperini sopra, la colpa non è da attribuire a Google. Del resto, da UN Women stesso fanno sapere che non hanno il dente avvelenato nei confronti di Google (come tu stessa scrivi nel post). Quindi ottimo post e tema che merita assoluta rilevanza. Ma il titolo è fuorviante e non corrisponde alla realtà…Al limite, si potrebbe pensare a quale nuovo criterio dovrebbe avere il completamento automatico di Google..

  2. Per quanto io non sia un’esperta di algoritmi Google o di SEO et similia, mi sembra opportuno ricordare che l’autofill del motore di ricerca funziona sulla base delle ricerche più effettuate da parte degli utenti. Bisogna dunque chiarire che non è Google a decidere quali risultati mostrare ma sono i suoi algoritmi a calcolare quali sono gli argomenti delle ricerche più effettuate e dunque a suggerire all’utente il completamento di ricerca più frequentemente utile agli utenti.
    Google spiega questo sistema così: “Durante la digitazione, il completamento automatico prevede e visualizza alcune query tra cui scegliere. Le query di ricerca visualizzate dalla funzione di completamento automatico rispecchiano l’attività di ricerca di tutti gli utenti del Web e i contenuti delle pagine web indicizzate da Google.” (https://support.google.com/websearch/answer/106230?hl=it. Dunque credo che sia per questi motivi che il motore di ricerca non contempli espressioni di tutela nei confronti delle donne. La realtà è che sono query meno cercate rispetto ad altre.

    Si può però riflettere su questo circolo vizioso: se una query compare tra i suggerimenti riceverà più attenzione dunque più click di altre, più riceverà click più rimarrà tra i suggerimenti.
    Insomma, qui bisognerebbe capire come, in termini di algoritmi Google, si può spodestare un suggerimento dall’elenco di quelli visualizzati.
    Io non so rispondere, se qualcuno volesse fornire delucidazioni in un commento saremmo tutti molto contenti 🙂

  3. È un articolo molto interessante. Purtroppo temo che parte della responsabilità continui a essere delle donne stesse: sorvoliamo su quelle che insistono per far praticare l’infibulazione alle bambine, pur conoscendone rischi e conseguenze, perché “è sempre stato così e bisogna continuare a fare così”… Senza giungere a certi estremismi, vedo giovani madri di oggi togliere le bambole dalle manine dei figli maschi e restituirle a femminucce infiocchettate e vestite di rosa, dicendo “prendi il robot, gioca con le macchinine. Tu sei un maschio, le bambole sono da femmine”. Bisogna assolutamente continuare a parlare di queste cose.

  4. trovo vergognoso rimarcare dei diritti che non andrebbero nemmeno messi in discussione. Tanto più se consideriamo che siamo nel 2013.

  5. …. solo una piccola osservazione,
    non mi piace ” women can be as brave as men ” è come una nota stonata e conferma quel senso paternalistico e ipocrita degli uomini che dicono di non avere pregiudizi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...