Costruire una community o attirare degli spettatori?

Jean Weil in ABC studio making international phone call by JWA Commons

di Valentina Bazzarin

Qualche mese fa avevo iniziato a raccogliere dei materiali per aggiornare un articolo scritto verso la fine della prima edizione del laboratorio, per proporre una riflessione sulle relazione tra, la condivisione di conoscenza, all’interno di comunità dai confini fluidi ricca di contenuti, e l’ inquietante somiglianza tra il modello di assorbimento senza scambio delle informazioni degli studenti universitari e l’audience sul divano di casa dei media tradizionali.

All’inizio dell’anno avevo salvato tra le pagine preferite due post pubblicati nei blog dell’International journalists’ network e in quello del Business insider. Ho pensato di riprendere oggi il filo della riflessione e il dialogo iniziato lo scorso anno con gli studenti della prima edizione di Placevent sulla differenza tra consumatore/prosumer e pubblico/community. Questo scambio di idee, documenti e riflessioni ha rappresentato un esercizio utile nella preparazione dell’incontro con Aron Pilhofer durante Communi.Action.

L’articolo di William Wei “Come ProPublica sta cambiando l’industria del giornalismo?” osserva il modello di ProPublica,  un’organizzazione no profit che pubblica inchieste indipendenti di grande valore tanto da vincere il premio Pulitzer nel 2010 con un’inchiesta sul memoriale costruito per ricordare le vittime di Katrina.

Nell’altro articolo James Breiner, un professore messicano e direttore di un Centro Per Il Giornalismo Digitale, invece spiega che quando inizia il suo corso di imprenditoria e giornalismo la prima cosa che chiede ai suoi studenti è di creare una community. Il pubblico infatti è un gruppo di osservatori, mentre la comunità condivide un profondi interesse negli argomenti che approfondisce oltre alla dimensione territoriale. Nel caso del laboratorio di Placement ed Organizzazione Eventi la dimensione territoriale forse conta meno di quella contestuale condivisa dagli studenti, anche se Bologna e le iniziative in Emilia Romagna trovano spesso posto nei nostri discorsi. A parte la dimensione territoriale che intendiamo in modo parzialmente diverso da quello proposto da William Wei il programma di questa edizione prevede, come l’anno scorso, l’apertura e il coinvolgimento delle cerchie di relazioni che ognuno di noi può mettere in gioco per ampliare la nostra community.

Wei ne fa una questione di risorse economiche oltre che relazionali proponendo un business model basato sull’appartenenza piuttosto che sui paywall. Anche in questo caso la sua idea si avvicina molto al progetto originale del laboratorio dove alle parole placement ed organizzazione eventi avevamo combinato una riflessione sul crowdfunding e le produzioni dal basso.

Le iniziative di questo tipo vengono segnalate e migliorate quotidianamente. L’ultima che ho intercettato riguarda un quotidiano locale inglese che ha annunciato il suo riposizionamento come “giornale del popolo”.

In prospettiva sino al 75% dei contenuti del giornale potrebbe essere realizzato dai cittadini, dalla comunità di riferimento.

In un’intervista al «The Guardian», il Chief executive di Johnston Press, ha dichiarato che i giornalisti non devono temere di perdere il loro lavoro poichè saranno impiegati a “curare”, a valutare e selezionare le informazioni ricevute dalle persone, dando corpo e senso ai contenuti proposti dai non professionisti dell’informazione.

E noi? Proponendoci come hacker del sistema accademico e come innovatori nel campo della comunicazione abbiamo intrapreso la strada giusta per la creazione di una community che metta assieme le risorse e che abbia assunto un metodo condiviso per raccogliere, verificare, elaborare e diffondere informazioni? I numeri sulla crescita nei profili social e in questo blog sembrano confortanti, ma la crescita pare lenta rispetto all’aspettativa e soprattutto la disponibilità economica dei nostri sostenitori sembra essere scarsa. Giro quindi proprio a voi, la nostra community, la domanda sulla quale lavoreremo nei prossimi incontri: quali sono i business model adatti a rendere remunerativa un’attività collaborativa promossa da studenti senior e junior che si affacciano al mondo del lavoro come professionisti della comunicazione? I modelli sperimentati in campo giornalistico ci possono insegnare qualcosa?

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9 thoughts on “Costruire una community o attirare degli spettatori?

  1. Sono tanti gli spunti di riflessione di cui è ricco questo post. Mentre leggevo mi veniva però in mente: e se provassimo a non contrapporre community e spettatori? Nel senso, ci può essere una qualche forma di “attività” nella più tipica condizione di “passività” che caratterizza il classico spettatore dei contenuti? Nei confronti della televisione il mito del “consumatore consapevole” forse rimane un mito, almeno è così per una grossa fetta del tipico fruitore dei contenuti televisivi. Ma per gli altri? E per chi fruisce di altri contenuti in maniera consapevole ma senza “fare community”? Si può pensare ad una figura intermedia alternativa al producer? Tipo l’ “awareconcumernonproducer”?:)

  2. Davvero bel post, ricco di spunti di riflessione. E se trovo una risposta alla prima delle due domande finali non mancherò di scrivere un ulteriore commento.
    Per adesso mi fermo a condividere con voi quella che è stata un’estemporanea riflessione sulla proposizione: “Proponendoci come hacker del sistema accademico”.

    Il termine “hacker” in termini informatici significa “colui che cerca le debolezze di un sistema”.
    Di per sé non ha un’accezione positiva o negativa, tutto dipende da quello che l’hacker fa una volta che ha trovato una debolezza di sistema. Trovo però, ed è un’opinione personale non suffragata da dati di alcun tipo, che il termine “hacker” spesso venga misitificato e inteso nella sola accezione negativa, ovvero rimandando alla figura di colui che vuole distruggere il sistema. Dunque non vorrei che il significato che arrivasse ai più fosse che noi vogliamo “sabotare” il sistema universitario.
    Aggiungo che è vero che ci sono diversi post di PlacEvent che propongono analisi critiche del sistema accademico e delle politiche educative ma forse un conto è criticarlo e un conto è hackerarlo (sempre nel senso comune di “sabotarlo”).

    Proprio per il mio timore che il termine venga inteso in senso negativo, chiedo se possibile all’autrice del post di specificare l’accezione del termine stesso e nel caso di fornire qualche esempio di hacker del sistema accademico, così per farci un’idea.

    Grazie!

    • Il concetto di hacker come “sabotatore” rientra nell’immaginario collettivo grazie alla rappresentazione che ne hanno spesso superficialmente dato i media mainstream e la cinematografia. Ma gli hacker sono agenti di cambiamento spesso positivo, tanto che per esempio nell’agenda digitale di Bologna vengono invitati al processo di costruzione della nuova rete civica Iperbole. Per quanto riguarda il loro ruolo e l’accezione con cui intendo il termine consiglio di leggere qui https://placevent.wordpress.com/2013/09/06/civic-hackers-in-classe/

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