Intervista a Marco Gualtieri, fondatore di TicketOne

Immaginedi Marco Sbarbati

Marco Gualtieri, classe ’70. Dal suo profilo Twitter si legge: TicketOne founder ’98 and startupper for others digital companies. Producer 4 artists in music and visual arts (also a movie). Enterpreneur in diff.businesses.

Ci parli di TicketOne, come è nata?

Prima di fondare TicktOne stavo lavorando ad un’idea per fornire servizi ai turisti stranieri in Italia. Ho sempre pensato che la prima risorsa del nostro paese fosse la bellezza del patrimonio culturale, artistico e paesaggistico. Un giorno mi è capitato di leggere un articolo sul giornale in cui si parlava di come i commercianti fiorentini fossero indispettiti dal fatto che i turisti, costretti a stare in coda per ore fuori dai musei, non facessero acquisti. Mi sono subito reso conto che c’era del vero in quella polemica e che, quindi, si poteva fare qualcosa per migliorare quel tipo di servizio. La prima mossa è stata quella di contattare una delle più grandi società di ticketing al mondo. Sono stato molto insistente ed alla fine sono riuscito a farmi dare l’esclusiva per la vendita di biglietti online in Italia, avendo come primo cliente gli Uffizi e tutto il Polo Museale fiorentino. TicketOne, era nata. In seguito, oltre ai biglietti per i musei, ho iniziato a vendere quelli per le partite di calcio e quelli per i concerti musicali.

Che tipo di studi ha fatto, prima di fondare TicketOne?

Ho fondato TicketOne durante l’ultimo anno di Economia e Commercio, facendo diversi lavori. Ho sempre voluto essere indipendente, ma ho anche saputo accettare l’aiuto dei miei familiari. Non è facile avviare una società così complicata come lo è una società di ticketing che opera in un settore regolamentato,  anche per una questione di credibilità, quando si è giovani, per questo motivo mi sono rivolto a Sisal (la società del Superenalotto ndr) e li ho convinti ad investire nella mia società;  perché all’epoca avevo 27 anni.

Ha ricevuto qualche agevolazione da parte dello Stato per concretizzare il suo progetto?

In realtà no, ho fatto tutto da solo. Dopo un anno e mezzo la società era diventata uno dei primi leader di mercato in Italia, ma Sisal cambiò strategia e quindi mi ricomprai le loro quote e le vendetti a Seat Pagine Gialle. In questo modo, TicketOne fu una delle prime ad entrare nella “Grande Seat”, un agglomerato di società della new economy. Purtroppo anche in questo caso durò soltanto due anni, sempre per decisioni industriali di nuovi soci di Telecom Italia che impedirono a Lorenzo Pelliccioli di concretizzare il suo progetto fortemente innovativo. Tuttavia non mi sono dato per vinto, in seguito ho trovato nuovi soci e sono andato avanti.

Al momento a cosa sta lavorando?

Il mio mondo è sempre stato il digitale. Dopo TicketOne ho portato avanti altri progetti in questo settore, ma oltre a questo mi sono dedicato anche alla produzione di artisti come Blue & Joy, nel mondo delle arti visive, ed Eric Lewis, nel mondo musicale. Ho anche acquisito  con altri amici, una storica casa di moda  ed ho prodotto un film (AmeriQua). Ora sento la necessità di tornare, in maniera significativa, nel settore digitale, in particolare con Applix, una società leader in Italia e riconosciuta a livello internazionale nello sviluppo di App, fondata da alcuni miei amici.

Il suo consiglio per un giovane che vorrebbe dar vita ad una startup?

Dare consigli non è mai facile. Da diversi anni continuo a vedere ragazzi che vengono nel mio ufficio per propormi le loro idee e la prima cosa che cerco di fargli capire è che c’è una differenza enorme tra l’avere un’idea ed il saperla realizzare. Bisogna avere tenacia perché le difficoltà sono davvero tante.

Entrando nello specifico, da dove si comincia?

Si comincia dal Business Plan, un documento che in poche pagine, spiega l’idea, quale è il mercato potenziale, quali sono gli strumenti giusti, quindi provare a fare delle simulazioni del conto economico. Recentemente ho parlato con un ragazzo che ha delle grandi capacità. A parole, la sua idea era buona, ma quando ho visto il suo progetto su carta, mi sono accorto che non c’era niente di economico dentro. Avere una bella idea non basta, bisogna capire come sostenerla economicamente.

Secondo lei, che differenze ci sono tra Italia e l’estero?

La differenza è enorme, ma non è un problema di mancata creatività da parte dei giovani italiani, anzi, ci sono menti brillanti nel nostro paese. Il problema è il sistema nel quale siamo inseriti. Non ci sono strumenti nel pubblico, e pochissimi nel privato, che aiutino i giovani a realizzare i loro progetti. Forse qualcosa si sta muovendo ora, ma è comunque molto difficile notare dei progressi significativi. Se un giovane si rivolgesse ad una banca per poter finanziare il proprio progetto, troverebbe sicuramente la porta chiusa. Le banche sono un grosso problema per l’Italia, perché danno soldi soltanto a chi li possiede già. Manca la fiducia nei confronti del potenziale giovanile che, secondo me, non ha niente da invidiare a quello estero. Io non ho ricevuto niente dalle banche. Soltanto quando la società è cresciuta mi hanno aperto finalmente le porte. Un altro problema riguarda la burocrazia, bisogna semplificare le cose. L’Italia ha bisogno di ricevere supporto anche a livello imprenditoriale, basterebbe poco per aprire un’attività, avendo una buona idea, ma ci vuole un cambiamento da parte della classe politica. Anche una piccola impresa, creata da un ragazzo, genera comunque lavoro.

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