Le conseguenze del (dis)placement

displacementdi Anna Angelkova

Il topic di questo blog è facilmente deducibile dal suo nome – “placEvent” – deriva da placement ed event. Se la parte event riguarda, semplificando, il tema dell’organizzazione eventi, personalmente non mi era chiaro del tutto il lato placement. Mettendolo sotto un’altra luce, vorrei avvicinarmi ad una sua comprensione/interpretazione più profonda e suscitare l’interesse sulla sua importanza in termini diversi dai soliti.

Consultiamo brevemente il significato di questo termine inglese. Secondo il New Oxford American Dictionary (2012) placement significa: “the action of funding a home, job, or school for someone: a baby put up for adoption may wait up to three years or more for placement; a placement in a special school”. Oppure: “the temporary posting of someone in a workplace to enable them to gain work experience: students spend one year on industrial placement”.

To gain work experience – fare esperienza professionale –  oggi sentiamo sempre più spesso parlare della necessità di fare esperienza, è importante capire però che non deve trattarsi di un’esperienza qualsiasi, ma di una adatta alle nostre esigenze. Si dice che ogni esperienza sia utile e positiva, questo è vero, ma da quale possiamo trarre profitto maggiore? E reciprocamente, chi potrebbe farlo grazie alle nostre competenze?

A causa di una generale difficoltà nel passaggio dal ruolo di studente a quello di lavoratore, l’attenzione sul placement – come passo cruciale, preceduto da una seria riflessione, nella vita professionale e privata dei giovani di oggi – diventa sempre maggiore. Gli stessi fenomeni stanno alle radici anche di un altro processo che corre a pari passo: il displacement, traducibile in italiano come disposizionamento, spostamento, trasferimento.  Displacement è la perdita o la mancanza del posto giusto, dal punto di vista lavorativo e non solo, è un senso di disorientamento riguardo il presente ed il futuro, alienazione, continua ricerca di migliori opportunità. Fra le conseguenze di questi cambiamenti costanti vi sono problemi di stress e problemi legati al cambiamento della percezione della propria identità.

Placement e displacement concorrono, non si sovrappongono. Insieme l’uno cambia l’altro e tutto ciò è influenzato in maniera enorme da certi fattori: la mobilità a livello mondiale, la globalizzazione e l’urbanizzazione. All’interno di questi vi stanno i rapporti importanti tra employees and employers, perché i lavoratori si spostano in cerca di occupazione, ma dall’altro lato le grandi companies inseguono i grandi talenti (vedi Richard Florida  2005). Un ruolo cruciale è occupato anche da motivi economici, la crisi economica mondiale ha aumentato la disoccupazione. Non all’ultimo posto sono da menzionare i cataclismi ambientali che possono avere impatto sul displacement.

Alcuni autori si sono occupati del displacement sotto aspetti diversi, quello ambientale, ad esempio, viene approfondito da Bogumil Terminski 2012 che distingue tra displacement forzato (forced) e libero (voluntary). Quelli forzati si dividono in:

     – causati da conflitti (militari);

     – causati da catastrofi ambientali (si parla di environmental displaced people – EDP –  gente costretta allo spostamento per motivi ambientali; ad esempio il caso  di Fukushima 2011 oppure quello di Chernobyl 1986, quando l’intera popolazione è stata evacuata dalla città);

    – development-induced : spostamento per motivi di sviluppo, “undertaken after the implementation of large investments, such as dams, manufactured lakes, irrigation projects, the construction of roads and railways, the development of raw materials, urban expansion (…)” – come una delle ragioni per il trasferimento a causa di sviluppo viene segnalata l’espansione urbana. Sul tema per esempio Urban sprawl di C. Soule 2006.

Quello che a noi interessa sarebbe il displacement volontario development-induced, quello prodotto della ricerca del placement giusto, e Terminski non se ne occupa. Un po’ più vicino al focus cercato è Yasir Suleiman (2011) nel suo “Arabic, Self and Identity: A Study in Conflict and Displacement” . Suleiman si riferisce al mondo arabo, ma i problemi del displacement sono visibili anche in altre regioni e su diversi livelli (nazionale, continentale, mondiale). Il processo di displacement riguarda sempre più individui che hanno diverse appartenenze sociali, nazionali ed etniche. L’autore usa il linguaggio come espressione ed indicatore dell’identità, “symbolic resource that can enhance our understanding of how individuals conceive of themselves and their communities”, risorsa simbolica che può aumentare la nostra comprensione di come gli individui concepiscono loro stessi e le loro comunità. Inoltre, Suleiman rimanda alle memorie di Edward Said “Out of place: a memoir” (1999) dove la sensazione di displacement viene collegata direttamente agli spostamenti “from countries, cities, abodes, languages, [and] environments”  che hanno tenuto l’uomo sempre in movimento.

Suleiman si interessa al legame tra linguaggio, identità e displacement e a quello tra linguaggio, identità e globalizzazione. Quindi c’è da cercare un legame anche tra globalizzazione e displacement (inteso come effetto sull’identità). Lo sviluppo dell’inglese come lingua internazionale principale rappresenta l’eccesso della globalizzazione, sostengono alcune opinioni presentate nel libro. Questo è anche direttamente connesso con la paure di reprimere lingue e culture minori, paura secondo Suleiman eccessiva, ma comunque presente nel mondo di oggi (viene fatto l’esempio del mondo arabo e la sua relazione con le lingue francese e inglese). Come sopra menzionato, causa di displacement può essere la guerra: interessante notare allora come la globalizzazione venga associata alla guerra come forza che “pursues its aims of displacing weaker cultures and languages through nonviolent and nonmilitary means” – persegue i suoi fini di dislocare/sostituire le culture e le lingue più deboli attraverso mezzi non violenti e non militari.

Cercando di grattare la superficie di un contenuto molto più profondo e formato da diversi livelli interdisciplinari che si sovrappongono, vorrei concludere sottolineando l’attenzione con cui deve essere fatta la scelta del proprio placement o comunque la presenza di effetti che, coscientemente o non, avvengono dopo tale scelta.

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