C’era una volta il cantastorie: storytelling

storytellingdi Laura Brugnoli

Lo storytelling nasce come narrazione orale improvvisata e ha indiscusse origini antiche. Per la pedagogia è uno strumento essenziale, raccontar storie è uno fra i metodi più comuni per insegnare concetti complicati ai bambini, così sentendo la fiaba di Cappuccetto Rosso il bambino impara a diffidare degli sconosciuti o ascoltando le vicissitudini di Pinocchio capisce che è sbagliato dire le bugie. Le potenzialità dello storytelling però non si esauriscono con la letteratura e l’insegnamento, si estendono alla politica, alla scienza, alla pubblicità, comunicazione e al marketing in generale.

Il principio che vi sta alla base è molto semplice: se è vero che attraverso un racconto interessante, un messaggio rimane impresso facilmente, allora perché non usare questo metodo per divulgare il mio messaggio? La narrazione comunica attraverso canali diversi da quelli che generalmente si usano durante conferenze o interviste, consente all’ascoltatore d’immedesimarsi e calarsi nel racconto, così il messaggio di fondo arriva a toccare corde emozionali che altrimenti non raggiungerebbe.  Per lo stesso motivo un episodio storico si memorizza facilmente ascoltando il ricordo di un superstite o apprezzando la visione di un film.

I campi di applicazione dello storytelling sono quindi inesauribili, per esempio la città di Bolzano nel 2012 ha dimostrato un sapiente utilizzo della tecnica per fini socio-culturali, ospitando la quarta edizione del Festival internazionale di storytelling.

Nel marketing lo storytelling si traduce nel personal storytelling, raccontare di sé , o business storytelling,  raccontare la storia del prodotto o quella aziendale. Per farlo ovviamente sono necessari supporti tecnologici e social networks. Questo video è un esempio di come promuovere se stessi e allo stesso tempo il proprio lavoro.

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7 thoughts on “C’era una volta il cantastorie: storytelling

  1. Dal 20 al 23 Giugno ci sarà la 5a Edizione del Festival Internazionale di Storytelling presso l’ex-cartiera in via Appia Antica 42 a Roma

    per vedere i programmi si può andare su http://www.raccontamiunastoria.com
    oppure sull a pagina facebbok del festival internazionale di storytelling

  2. Pingback: Perchè imparare lo storytelling | #PlacEvent

  3. Pingback: Condividere progetti innovativi | #PlacEvent

  4. Lo storyteller per eccellenza era il patriarca della famiglia, alla sera, intorno al focolare: nella letteratura per l’infanzia, le più famose favole erano la rielaborazione di episodi realmente accaduti (dai changelings a Pollicino) e la tradizione orale, grazie alla plasticità e alla dinamica che la avvantaggia rispetto alla modalità scritta, continua ad essere il canale di comunicazione d’eccellenza con i bambini (e non solo). E’ pur vero che la tecnica dell’affabulazione non è completamente ammaestrabile: al di là delle tecniche di comunicazione, il carisma, la fantasia ed il “fiuto” di individuare e centrare il bersaglio vincente sono qualità appartenenti a persone con una buona intelligenza inter-intrapersonale, in grado di cogliere empaticamente le frequenze dell’altro, stimolarle e vibrare insieme a lui.

    • Femminile per femminile, evoco la narratrice di qualche libro della mia infanzia: i cinque volumi delle favole della nonna, attorno al focolare. Sarà, ma mi par così strano pensare ad un “patriarca” che si metta a raccontare a tutta la famiglia :-)) Ma forse è solo un pregiudizio gender biased :-))
      Un curiosità: cosa si intende per “intelligenza interpersonale”? Sul piano socio-comunicativo, la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” nonché l’empatia (cfr. M. Weber, tanto per scomodare qualcuno :-)) ) sarebbero elementi di base della socialità umana, e della stessa opportunità di comunicazione… Nella proposta multidimensionale di M. Shudson (“How culture works”) di cui si parlava quest’anno a lezione a proposito delle condizioni che rendono più o meno probabile che un oggetto culturale “funzioni”, quel che si accenna qui pare ricordare la cosiddetta “risonanza” (dalla “legge di risonanza”). Limitarsi solo a caratteristiche ‘interiori’ individualizzate – pur così ben radicate nei nostri luoghi comuni e nella doxa inneggiante ai meri meriti ipostatizzati nel singolo – potrebbe far sfuggire l’ulteriore aspetto legato alla portata socio-culturale dell’analisi e dello sforzo necessari in un contesto professionale: oppure – anche qui – sono influenzata da un qualche bias?

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