Video: “Le strategie comunicative nel fund raising…e come utilizzarle su internet!”

di Valentina Gasperini

Abbiamo già esplorato il mondo dei finanziamenti attraverso post inerenti il crowdfunding (se te li sei persi, puoi leggerli cliccando qui e qui) ma abbiamo avvertito il desiderio di introdurre con un video-presentazione l’attività che ne è alla base: il fund raising.
E’ sembrato opportuno presentare un’analisi delle finalità e delle fasi salienti del fund raising capace di integrare ad esse alcune nozioni chiave della comunicazione persuasiva mutuate dalla psicologia della comunicazione.

Il fund raising può essere definito come l’insieme delle attività atte a ottenere finanziamenti. E’ un’attività complessa, che richiede professionisti adeguatamente formati per l’elaborazione di quello che viene definito il “piano di fund raising”, ovvero il progetto step by step dell’azione di raccolta fondi. Nonostante questo, i principi base e le strategie persuasive possono rivelarsi utili anche ai profani, a coloro che vogliono cogliere l’essenza della raccolta fondi e sostanziarne le componenti fondamentali nella propria attività. Considerando che il web 2.0 ha ampliato le potenzialità di internet e che esse sono accessibili a chiunque, una buona abilità di gestione dei social media coadiuvata ad una buona conoscenza delle pratiche del fund raising possono rivelarsi la chiave di volta per ottenere finanziamenti.
Non si vogliono tratteggiare i contorni di un miraggio (raccogliere fondi non è necessariamente semplice) ma rendere disponibili alcuni concetti utili.

Nei dieci minuti del video si sviluppano sette parentesi tematiche: fund raising e start up, le fasi del fund raising, il messaggio persuasivo, le strategie comunicative, le armi della persuasione di Robert Cialdini (1984, 1993), il fund raising nell’era digitale ed infine, social media e fund raising.

Con la speranza che il video possa fornire un quadro chiaro della comunicazione persuasiva nel fund raising, auguro una buona visione!

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6 thoughts on “Video: “Le strategie comunicative nel fund raising…e come utilizzarle su internet!”

  1. Certamente chiara e precisa la presentazione. Forse perfino “troppo”? Forse perché sceglie un solo approccio e lo sposa acriticamente supponendo che la forte assertività di alcune tesi le facciano apparire quasi fossero scontate o ‘oggettive’ (in effetti danno sicurezza proprio perché sembrano fornire chiavi in apparenza universali)? Bene, senz’altro; ma nei momenti formativi potrebbe essere anche utile, credo, combinare più voci sullo stesso tema, ancor meglio se contrastanti, in maniera da poter poi andare oltre la mera sintesi per proporre invece la propria originale elaborazione.
    A mero titolo di esempio, per riprendere almeno uno degli aspetti che a proposito di fund raising nel nostro corso di studio sono stati trattati più volte, cercando di mantenere alta l’attenzione anche verso le implicazioni sociali della professionalità del comunicatore quale gatekeepers o, persino, volendo, “imprenditore morale”, anche e soprattutto quando lavora per il fund raising, suggerirei la lettura, fra gli altri, di un testo facilmente reperibile on line al seguente indirizzo (“Focus on Ethics. Addressing Tensions in Choosing Fundraising Images”) http://www.ccic.ca/_files/en/what_we_do/002_ethics_focus_on_ethics.pdf
    (e se si pensa a quanto taluni marketers notino l’avanzare di un consumatore critico, quel che si scrive lì potrebbe non riguardare solo principi ‘buonistico-etici’ distanti dal mercato, ma in modo lungimirante potrebbe essere spunto di riflessione per elaborare campagne di fund raising più avanzate e, chissà, magari con probabilità di efficacia più completa se si guarda non solo al breve ma anche al medio e lungo periodo).
    Oppure, nel caso in cui si vogliano ripercorrere le riflessioni ispirate da un lavoro partecipativo seppur non legato al fund raising ma comunque portato avanti dal nostro primo laboratorio (http://www2.compass.unibo.it/publab.htm), cercando così di discutere ed elaborare insieme un itinerario combinatorio che intrecci insieme saperi diversi per costruire appartenenza critica e condivisa ad una ” communication school” che rivendichi caratteri “pubblici” distintivi:
    http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2009870 (“When communication goes with inclusion”)

    • Gentile Pina,

      la ringrazio sinceramente per la lettura che consiglia, per aver ricordato la figura del comunicatore come di possibile gatekeeper e per aver sottolineato come sia da tenere in considerazione la forza del consumatore critico per produrre campagne di fund raising sempre migliori.

      Mi permetto di scrivere qualche informazione sui contenuti del video.
      Difendo l’approccio utilizzato per parlare di fund raising, non considerandolo frutto di una scelta acritica bensì di una riflessione accurata e di una attenta ricerca bibliografica.
      La domanda “perché hai scelto di mostrare solo questi aspetti dell’attività di fund raising?” può anche essere posta come “su cosa hai basato il processo di selezione dei contenuti?”, dato che il video-presentazione è evidentemente il tentativo di condensare i contenuti di una bibliografia ampissima, e che questo processo di selezione ha inevitabilmente dato un taglio specifico al video stesso. Per rispondere alla domanda posso dire di aver selezionato i contenuti in base alla loro attinenza con i temi affrontati nel blog (comunicazione, placement e innovazione per citare i più coerenti) ed in base ai miei interessi personali (che mi hanno portato in passato alla stesura della tesi di laurea triennale proprio sul fund raising, dal titolo: “Fund raising e persuasione: approcci teorici, metodi e strategie comunicative”).
      Sono ben consapevole che il taglio dato al video esclude molte nozioni su metodi, pratiche, strategie, obiettivi del fund raising ma credo anche che riesca a fornire un quadro parziale ma ricco delle pratiche della raccolta fondi.

      Vorrei inoltre, sperando di non aver travisato le sue parole, difendere il video come “originale elaborazione”: il materiale sul fund raising, specialmente in Italia, è di rado nei libri di testo accompagnato alla comunicazione persuasiva ed alla psicologia, pertanto considero di aver prodotto un video “originale”, nel senso che ho selezionato i temi, ho scelto come trattarli e ne ho fatto in autonomia una scaletta (della serie: non ho copiato tutto da un autore o da un libro!).

      In ogni caso, non voglio che questa mia lunga risposta risulti come una mancanza nel centrare il punto del suo commento, anzi, ho letto attentamente i suoi suggerimenti e le sue riflessioni, solo volevo spiegare meglio le intenzioni del video e lo studio che ne è alla base.
      Voglio cogliere il suo commento come uno spunto, dato che ha sviscerato il tema del “gatekeeping” nella professione del comunicatore, e proverò a coniugare questo tema all’attività di raccolta fondi in un futuro post, che spero lei leggerà e commenterà!

      Le auguro una buona lettura del nostro blog e la ringrazio ancora tanto per il commento, mi ha permesso di elaborare nuove idee, perciò grazie davvero.

      Valentina

      • Fantastico! Leggerò volentieri future riflessioni. In ogni caso, come dicevo, mi congratulo comunque per il tentativo di rielaborazione, nel quale mi colpiva il tipo di selezione operata, che continua a farmi pensare ad una pur parziale “défaillance” (nostra, non sua) degli interrogativi – ripeto – più volte evocati nel nostro corso di studio. Mi permetto di dissentire sulla presunta carenza di connessioni fra fund raising e prospettiva individualistico-persuasivo-psicologica: anzi, le varie teorie e in particolare quella da lei evocata – magari in modo implicito (ma speravo, ecco la défaillance nostra, che il corso di studio servisse a capire come intercettare i modelli teorici di riferimento) sono quelle egemoni e attraversano gran parte degli approcci “tecnico-pratici” ad un certo tipo di fund raising (nonché agli spot che si possono vedere in televisione, o a quelli che lo scorso anno esaminammo fra l’altro a lezione con Chiara Gius).
        Perdoni questa mia “ostinazione”, che magari non si riferisce in particolare alla sua presentazione, ma discende dalla lettura di quelli che gli studenti di solito chiamano i capitoli “teorici” (?!!) in cui talora si elencano uno dopo l’altro, traendoli da manuali vari, modelli molto diversi fra loro, senza provare a identificarne le derivazioni e le possibili comparazioni fra aspetti più o meno distinti, e soprattutto senza poi pensare quale/i approcci si ritengano più o meno appropriati agli obiettivi di ricerca o di analisi di caso proposti nel prosieguo del lavoro… Così, è come se si continuasse a procedere in modo scisso: da un lato un modello vale l’altro: poi si analizza o si presenta un caso senza chiedersi (o rendersi conto di) quale modello sia il più appropriato per il proprio specifico percorso di lavoro con riferimento in particolare agli obiettivi posti e al monitoraggio delle implicazioni a breve e medio termine.
        Solo per tale ragione diciamo “costruttiva” mi permettevo di segnalare nel mio commento quanto mi sarebbe “piaciuto” che, da qualche parte, si ponesse almeno un qualche interrogativo circa le implicazioni di quel modello cosiddetto strategico-persuasivo… (del resto nella sua premessa lei parlava dell’importanza di “cogliere l’essenza del fund raising”…)
        E certamente la sua presentazione presenta un quadro “ricco delle pratiche di raccolta fondi”: non è questo il punto del mio tentativi di riflessione condivisa; è solo che, appunto, se ci si ferma a quanto già si fa raccontandone i modelli teorici ispiratori senza che emerga neppure un piccolo interrogativo su una qualche possibile implicazione, richiede anche che si provi a giocare al rialzo, se così posso rozzamente esprimermi. Cosa che dal punto di vista formativo (e professionale) a me sembra utile, almeno nella prospettiva da me sostenuta – che non significa affatto sia quella più convincente :-)) seppur condivisa da chi comincia a darsi linee deontologiche e ora anche in pubblicità pone la rilevanza per consumatori più avvertiti di una comunicazione socialmente responsabile : cfr. per un esempio fra gli altri, e seppur parziale, l’associazione degli inserzionisti francesi uda.fr

  2. Pingback: All’Unibo, il fundraising sale in cattedra | NONPROFIT BLOG di Elena Zanella

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