La video-sintesi del secondo seminario su Open Knowledge

Serena Pugliese, studentessa del secondo anno della Laurea Magistrale in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale che partecipa al Laboratorio Open Data, Comunicazione e Sanità,  ha montato questa video-sintesi del secondo seminario sulla Open Knowledge tenuto dal prof. Rodolfo Lewanski che ci ha parlato di Partecipazione e Democrazia Deliberativa.

Ti stai perdendo il Safer Internet Day

logologoOggi si celebra in tutto il mondo il Safer Internet Day (SID), la “Giornata per un Internet più sicuro”, nato per promuovere un uso responsabile della Rete, specialmente tra i giovani.

Questa ricorrenza, che cade ogni anno nel mese di febbraio, è dedicata dal 2004 all’importanza della sicurezza online. Sicurezza che riguarda bambini, ragazzi e adulti e che concerne nello specifico cyberbullismo, pedopornografia, trattamento e tutela dei dati personali nonché dell’immagine personale, uso consapevole dei social network e in generale dei nuovi media e delle tecnologie che ne consentono l’utilizzo.

Insafe è il network europeo che dal 2005 promuove il SID: si costituisce di 30 Centri “Safer Internet” che lavorano per educare, consapevolizzare e aiutare giovani, genitori, insegnanti ed educatori, nonché per formare decisori politici e attori sociali locali sui rischi del web.

Il tema dell’edizione 2015 del SID è “Let’s create a better internet together” e le call to action previste per oggi e per tutto l’anno sono diverse:

  • collaborare al passaparola, per diventare portavoce locali e virtuali del messaggio del SID.
    (A proposito, se lo vuoi puoi indossare online la spilla della Giornata)
  • partecipare ad uno degli eventi organizzati (in Italia è a Milano presso l’Università Milano Bicocca)
  • organizzare workshop e seminari in scuole e aziende per fare formazione mirata
  • organizzare occasioni di incontro e dibattito tra giovani e decisori politici

LOGO_cerchio grande_colori2In Italia c’è il Centro Nazionale per la Sicurezza in Rete, parte del network Insafe. Sotto il nome di Generazioni Connesse, è coordinato dal MIUR e co-finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Safer Internet. Piccola nota sbalorditiva: questo programma europeo è attivo dal 1999 (ve lo ricordate Internet nel 1999? Va riconosciuta in questo caso una certa lungimiranza in casa Europa).

Generazioni Connesse, dialogando con le principali realtà italiane che si occupano di sicurezza nel web (tra cui la Polizia Postale e Save the Children), predispone interventi specifici di sensibilizzazione, formazione, peer-education e prevenzione dell’abuso sessuale online di minori.
Sono attive una linea di aiuto via telefono o via chat per chiunque sia in cerca di consigli ed informazioni, e una linea di segnalazione di materiale pedopornografico e dannoso.

Grazie anche ad Insafe e Generazioni Connesse sappiamo che la sicurezza si realizza con la consapevolezza e con accorgimenti mirati. Sappiamo inoltre che può essere minacciata da diverse pratiche, che non sempre sono illegali ma sempre sono lesive.

Tra queste, la violazione della privacy, ben più semplice da realizzare e comune di quanto alcuni si sforzino ottusamente di credere.
Ogni forma di informazione inserita in Rete diventa dato e spesso lascia traccia di sé: a voi lo sforzo di immaginare i possibili sviluppi. Certo, all’orizzonte non ci sono solo conseguenze nefaste, ma è bene tenere a mente che quando si decide di pubblicare online lo si fa includendo il fattore di rischio “violazione della privacy”.

Per realizzare appieno la consapevolezza che serve nel navigare occorre avere sviluppato una certa sensibilità al concetto di privatezza, averlo elaborato richiamando a mente le differenze con quello di “segretezza”, e aver dunque colto il valore intrinseco di un’informazione, di qualsiasi informazione in quanto tale!
Non va da sé, ma secondo me ci arriviamo vicini: una volta elaborato questo si è più orientati a tentare un uso ragionato del web e iniziare a sentire significativamente l’importanza della tutela dei dati.

Nell’ambito familiare gli albori di consapevolezza possono nascere e svilupparsi. È nella relazione tra genitori e figli che il giovane inizia a costruire il suo Sé, la sua identità, e ad interrogarsi su questo.
Credo che i genitori debbano essere inclusi come parte attiva nel dialogo sulla sicurezza in Internet e che siano loro i primi a dover cogliere la grande, bellissima, opportunità di affiancare i figli nell’esplorazione del web.
I Grandi che educano i Piccoli a capire l’importanza dei dati sensibili, della privacy e della tutela dell’immagine.

A tutti un augurio di un buon Safer Internet Day, ma soprattutto a mamme, papà e ai loro ragazzi. Permettete di stare per un giorno un’ora di più al computer! Questa volta insieme.

Partecipazione è… un caffè preso su un tavolino rotondo

di Valentina Mignacca

Ci sarebbe piaciuto poter svolgere questo secondo seminario del ciclo Open Knowledge organizzando la discussione come un world cafe‘, ma la disposizione dell’aula al piano terra di via dei Bersaglieri non era adeguata per simulare una conversazione ai tavolini del bar. La presenza di sedie in fila fissate al pavimento e di una cattedra ha comunque permesso al prof. Rodolfo Lewanski, il nostro esperto, di introdurre il concetto di partecipazione partendo da quello di gerarchia e riscaldare l’atmosfera discutendo con gli studenti presenti sulla disposizione del potere nella società definite “democratiche”. Per creare una situazione orizzontale avremmo avuto bisogno di una disposizione in cerchio affinchè tutti si fossero guardati e sarebbe stata possibile una relazione paritaria tra i partecipanti.

Il seminario vero e proprio è cominciato con una domanda e con dei posti-it consegnati a noi per rispondere: che cos’ è la partecipazione? Ognuno ha avuto tre minuti di tempo per elaborare la propria risposta. Da queste ultime sono state estrapolate delle parole chiave, che hanno permesso la definizione del concetto.

La partecipazione per noi è DIALOGO strettamente legato ad ASCOLTO (essere disposti ad ascoltare gli altri, per questo si chiama ascolto attivo. Con esso si abbassano le difese, si accetta la diversità di pensiero e si cerca di comprendere le ragioni l’uno dell’altro). INCLUSIONE riguarda il “chi c’è?”. Bisogna arrivare ad una forma di CONDIVISIONE per raggiungere una DECISIONE. Quando si è in gruppo bisogna sempre decidere ed è lì il problema. La decisione è necessaria per RISOLVERE Per fare ciò bisogna effettuare una INTERAZIONE per arrivare a prendere SOLUZIONI CREATIVE. Tutto ciò si traduce in RECIPROCITA’.

La partecipazione si può attuare tramite un’assemblea. Il setting dell’assemblea, soprattutto quando sono affollate, però non favorisce il dialogo e si rischia che una parte dei partecipanti si nascondando nell’anonimato.

Abbiamo affrontato anche il concetto di “democrazia”, con cui si intende il potere del popolo. Ma oggi non è più cosi. Proprio per questo abbiamo fatto un excursus nella storia della Democrazia, dalla sua nascita alla sua evoluzione. Attraverso vari esempi siamo arrivati alla conclusione che bisogna distribuire equamente il potere attuando l’INCLUSIONE con cui si crea benessere per tutti.

Il modello democratico oggi sta attraversando una crisi quindi deve sapersi reinventare in quanto la crisi non porta solo problemi, ma può essere fonte di opportunità.

Tra gli strumenti idonei a riportare la Democrazia abbiamo il bilancio partecipativo. In italia 20anni fa, nel comune di Grottammare, vicino Pescara, ciò è stato attuato, portando grande entusiamo tra i cittadini. Da allora la giunta viene sempre riconfermata. Questo perchè si è consapevoli e si può intervenire nelle scelte di bilancio. Il primo esempio è quello dell’america latina, a Porto Alegre. Questa opzione è però poco applicata, in quanto sono solo 2000 comuni in tutto il mondo ad utilizzarla.

Lewanski, ha continuato il suo discorso fino ad inoltrarci nel concetto di DEMOCRAZIA DELIBERATIVA. Quest’ultima non è ne democrazia partecipativa nè democrazia diretta e non è un’alternativa alla democrazia rappresentativa.

È basata su 6 principi:

INCLUSIONE (cittadini comuni scelti casualmente)

INFORMAZIONE (arrivare ac un’opinione informata)

DIALOGO

DELIBERAZIONE (Soppesare le opzioni e le loro opzioni) e solo dopo il decidere che si ha una decisione razionale

SCELTE CONDIVISE / CONSENSO (si capiscono le ragioni della diversità che è fondamentale)

INFLUENZA / EMPOWERMENT (trasferimento di poteri verso i cittadini).

Con questi principi è terminato il nostro incontro con il prof. Lewanski che ringraziamo in quanto attraverso il suo entusiasmo ci ha permesso di partecipare attivamente. Questo incontro è stato fondamentale perchè ci ha permesso di comprendere al meglio quanto sia fondamentale applicare questo tipo di Democrazia in uno Stato come il nostro che ha bisogno di uscire da un periodo di crisi, non solo economica, ma soprattutto di identità.

Secondo Seminario “Open Knowledge”: La democrazia partecipativa, qual è il ruolo degli open data?

di Marco Salicini

Democrazia Partecipativa

Le studentesse e gli studenti del Laboratorio Open Data, Comunicazione e Sanità, hanno il piacere di invitare il pubblico interessato al secondo seminario aperto che si terrà Mercoledi 28 Gennaio dalle 11.00 alle 12.30 presso l’aula A al Piano Terra del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali in via dei Bersaglieri n 6. Dopo il successo del primo appuntamento dedicato all’Open Science, che si è avvalso delle competenze della dottoressa Angela Simone, in questo secondo incontro si affronterà il tema della “democrazia partecipativa” grazie all’intervento del prof. Rodolfo Lewanski, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali. Il prof. Lewanski, che da anni approfondisce tramite le sue ricerche la produzione dei beni pubblici mediante il coinvolgimento dei cittadini nei processi decisionali, introdurrà la legge per la partecipazione deliberativa in Toscana ed approfondirà , con alcuni esempi dall’estero , il tema della sanità. Prosegue con questo secondo incontro il percorso di seminari aperti al pubblico sulla Open Data e Open Culture. L’ingresso è gratuito.
Per ulteriori informazioni Marco Salicini e Compassunibo.

Open data e open science: il primo seminario aperto del ciclo sulla Open Knowledge

Southern Methodist University, Central University Libraries, DeGolyer Library

Southern Methodist University, Central University Libraries, DeGolyer Library

di Rita Malerba

Cosa significa open science e perché sono importanti i dati aperti? Ce ne ha parlato Angela Simone, giornalista scientifica, il 17 dicembre a Bologna, nell’incontro organizzato dal laboratorio Compass “Open data, comunicazione e sanità”.

Secondo Angela raccontare la scienza, significa raccontare la società e la sua complessità, la cui storia è strettamente legata ai progressi scientifici e tecnologici. Ma per raccontare la scienza nella sua interezza, bisogna uscire fuori dagli schemi del giornalismo scientifico classico, che si limita ad esporre i risultati in maniera banale. L’aspetto fondante della ricerca scientifica, spiega Angela, è proprio la condivisione, senza la quale una nuova scoperta non avrebbe senso.

Come avviene la condivisione? Tramite le conferenze o i journal, riviste specializzate. L’accesso a tali pubblicazioni ha dei prezzi molto elevati, a causa dei costi editoriali, ed è comunque riservato a ricercatori accademici e giornalisti accreditati.

Cos’è l’open access?  Ad un  certo punto i ricercatori si sono resi conto di quanto fosse importante aprire al pubblico i dati delle ricerche finanziate dai soldi pubblici. I metodi sono principalmente due:

  • gold open access: il pubblico accede liberamente alle pubblicazioni, perché i costi editoriali sono coperti da una sorta di tassa pagata dai ricercatori che vogliono pubblicare all’interno di quella rivista.
  • green open access: la pubblicazione è pubblicata su una rivista chiusa (più allettante da un punto di vista di curriculum), con l’obbligo, però, di renderla pubblica, entro un certo periodo di tempo, all’interno di un archivio online aperto.

L’ open access, accesso alle pubblicazioni, è solo una parte dell’open science , condivisione dei dati, poiché la pubblicazione nelle riviste scientifiche è uno dei metodi per la condivisione dei dati raccolti e delle ipotesi confermate o smentite. Oltre ai risultati delle ricerche, è importante, pubblicare tutti i dati che sono serviti per arrivare a quei risultati, per tre motivi:

-trasparenza della validità della ricerca;

-trasparenza verso i finanziatori della ricerca;

-base conoscitiva per altre ricerche, per non ripetere esperimenti inutili e per la necessità di dati per le analisi incrociate.

Fino a poco tempo fa i dati di sperimentazione clinica, soprattutto dati negativi (non in linea con le ipotesi di ricerca) venivano considerati segreto aziendale dalle case farmaceutiche, che si appellavano al diritto di privacy dei pazienti e alla tutela del proprio know-how dalla concorrenza.

La cultura open sta prendendo piede sempre più:

– il gruppo editoriale Plos è stata uno dei primi ad aver sposato l’open access e oggi la sua rivista, Plos One, gode di alti livelli di autorevolezza

Pub Med, primo approccio al green open access, nato negli USA,  è un archivio nel quale vengono registrare tutte le sperimentazioni, da quando iniziano, così che, se lo studio dovesse fermarsi, non sparirebbe nel nulla.

– la direttiva 2014 dell”Unione Europea prevede la registrazione delle sperimentazioni nell’archivio dell’EMA (European Medicines Agency), accessibile a tutti, corredato di un report di facile comprensione per il pubblico non specializzato.

Grazie alla pressione di associazioni di cittadini e consumatori, alcune case farmaceutiche hanno manifestato la volontà di rendere accessibili anche i dati delle vecchie ricerche; le istituzioni pubbliche stanno creando degli spazi per la pubblicazione di open data, e alcuni editori scientifici mettono a disposizione dati delle loro stesse pubblicazioni.

Oggi l’attenzione a queste tematiche viene da più parti, e questo ci offre lo spunto per iniziare a parlarne con il grande pubblico e contribuire a portare avanti la grande sfida di civiltà e progresso del nostro secolo.

(Un primo resoconto del seminario, curato da Alessia Poletti e che vi consigliamo di leggere, è stato pubblicato sul blog del corso di laurea magistrale in Scienze della Comunicazione Pubblica e Sociale)

Why War? – Parole e figure per riflettere assieme sulla grande guerra

Com’è possibile che [una] minoranza riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha soltanto da soffrire e da perdere?
(Albert Einstein)

Credo che la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare diversamente. Siamo pacifisti perché a ciò siamo necessitati da ragioni organiche.
(Sigmund Freud)

In occasione del centenario dall’inizio della Prima Guerra mondiale il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali organizza, tra Bologna e Forlì, una settimana di letture, proiezioni e discussioni che ruotano intorno ad alcune parole chiave: racconti, confini, masse, pace e guerra e accelerazioni. Il titolo della manifestazione, Why War?, riprende quello del carteggio tra Albert Einstein e Sigmund Freud: le loro riflessioni risuonano ancora oggi tristemente attuali.

Il programma e molte informazioni utili sono disponibili nel sito dell’iniziativa. Gli incontri e le proiezioni si svolgeranno tra le sedi dell’Alma Mater di Bologna e Forlì dal 10 al 14 novembre. L’ingresso ai dibattiti sarà libero e gratuito, mentre l’ingresso alle proiezioni sarà limitato agli studenti e ai docenti dell’Università di Bologna.  Per seguire gli eventi su twitter potete utilizzare il tag #whywar.

Erasmus+ lancia la sfida: chi ha paura dei nuovi media?

Per favore, alzi la mano chi non ha mai sognato di poter viaggiare per l’Europa facendo nuovi amici e approfondendo i propri interessi. Lo sapevo: se solo ne avessimo la possibilità lo faremmo tutti. La “novità”, che esiste da anni, è che possiamo farlo per davvero grazie all’Unione Europea.

Erasmus+ è il nome del programma europeo che favorisce la mobilità internazionale dei giovani tra i 13 e i 30 anni, consentendo di partecipare a scambi promossi da organizzazioni giovanili, scuole e università, autorità locali o internazionali e organizzazioni non-profit. Esatto: l’Erasmus non è solo roba da universitari.

EXHIBITION(3)Io sono appena tornata da Cracovia, Polonia, dove ho partecipato al programma “Mediophobia”. Italiani, croati, sloveni, rumeni e polacchi: questo l’internazionale bouquet di giovani che ho avuto la fortuna di incontrare. Il progetto è stata l’occasione per confrontarsi e dibattere sul tema dei social media, cercando di approfondire quali cambiamenti sociali e culturali il loro uso sta apportando alle nostre vite. Pane per i miei denti!

L’approccio formativo è stato di tipo informale, ovvero abbiamo generato e condiviso sapere attraverso la discussione e l’approfondimento autonomi, senza che vi fossero insegnanti. Devo ammetterlo: quando ho realizzato che non mi sarei confrontata con dei professionisti ci sono rimasta male. Mi hanno fatto cambiare idea, dandomi nuovi stimoli, i lavori di gruppo e le tavole rotonde. E approfittando dell’occasione di diventare io “l’esperta” per un pomeriggio di workshop, ho fatto pace con l’assenza di specialisti e ho imparato ad apprezzare questo tipo di educazione non formale.

Durante i sette giorni di approfondimenti ho notato che la differenza tra social media e social network non è chiara e che persiste una forte confusione tra ciò che è social media e ciò che è web app o sito per l’e-commerce.

Nello specifico, ho notato nei media sloveni un’attitudine fortemente maschilista (supportata da un’industria dell’audiovisivo ipersessualizzante), nelle politiche nazionali croate, riguardo al fenomeno del cyberbullismo, la tendenza alla severa punizione dei colpevoli piuttosto che alla loro rieducazione, e nei social italiani una distintiva capacità di ironizzare sui temi religiosi altrove considerati tabù.

Se ti stai chiedendo se non abbiamo fatto altro che stare chiusi nella conference hall a parlare di social media, ti rassicuro: non abbiamo lavorato tutto il tempo! Grazie all’ottima organizzazione dell’associazione Bratniak, alla quale dobbiamo l’ideazione e la realizzazione del progetto, abbiamo potuto visitare Cracovia, entrare in contatto con le persone del luogo e degustare l’ottima birra polacca (il capitolo “vodka” è sotto censura).

1956943_1612778958949357_1998655149299045871_oVa da sé che “Erasmus+” non è solo sinonimo di formazione, educazione e apprendimento ma anche di divertimento, svaghi e amicizia.

Ho viaggiato molto, ho studiato all’estero due volte, ho partecipato a diversi scambi e ho detto “arrivederci” a tante persone ma ancora mi è difficile abituarmici. Questi scambi rappresentano intensi momenti di condivisione durante i quali si instaurano dinamiche di comunità e affiliazione che rendono i partecipanti uniti nel sentimento di complicità. Chi ha viaggiato sa per certo a cosa mi riferisco: a quel senso di appartenenza ad una rete globale che connette e in certi momenti rassicura e sostiene.

Abbandonare i comodi panni del turista per calarsi in quelli del viaggiatore, questo è il mio invito più spassionato.

Ci sono centinaia di buone occasioni là fuori per alzarsi dal divano ed è impossibile non trovare quella che calzi a pennello con le proprie esigenze: la durata minima di uno scambio è una settimana e le spese sono coperte dall’Unione Europea, che nel settennio 2014-2020 finanzia i progetti per la mobilità internazionale con ben 1 miliardo e 800 milioni di euro.

La mobilità internazionale non è utile solo a perseguire una passione e a fare rete: ci sono dati interessanti che mostrano la correlazione positiva tra lo studiare o lavorare all’estero e trovare più facilmente un’occupazione in seguito. È stato recentemente pubblicato uno studio indipendente che conferma questa relazione: è la ricerca più ampia mai realizzata sull’argomento, con un campione di circa 80.000 individui tra studenti e datori di lavoro. I dati dimostrano che chi studia o lavora all’estero non solo sviluppa competenze ma rafforza fondamentali capacità trasversali ben considerate nel mondo del lavoro. In più, i giovani laureati vivono periodi di disoccupazione lunghi la metà di quelli dei coetanei che non hanno fatto esperienze fuori dal proprio Paese. Infine, cinque anni dopo il conseguimento della laurea la percentuale dei giovani esterofili ancora disoccupati è più bassa del 23% rispetto a quella di chi non si è allontanato da casa.

È evidente che non sia più tempo di lamentele, che non ci siano più scuse che reggano: le opportunità di girare il mondo per allargare la propria rete di conoscenze e acquisire nuove competenze ci sono, sta a noi saperle coglierle al volo.

Per favorire la ricerca di occasioni all’estero, ecco una lista di link utili…buon viaggio!

Per la partecipazione a “Mediophobia” ringrazio di cuore l’Associazione La Stazione di San Miniato (FI) e chi mi ha accompagnato nel viaggio: Alessandro, Andrea, Filippo, Margherita, Silvia e l’encomiabile group leader Gianmarco.